Maere, 1979 inizia una nuova vita

La passione per la vela, il desiderio di una vita totalmente diversa sul mare, di poter disporre di un più ampio orizzonte, di realizzare finalmente il sogno che, attraverso interminabili, quanto appassionate discussioni a tavolino aveva ormai acquisito contorni ben definiti, erano i punti in comune che cementavano ancor di più la nostra lunga amicizia. La decisione per un futuro sul mare era dunque presa. La barca, ancor più bella nella realtà che nei nostri sogni, si dondolava da mesi, splendida nel suo ponte in teak e nelle rilucenti attrezzature inox, sulle acque tranquille del porto di Mentone. Unico neo: non era nostra, e neppure sapevamo se fosse in vendita. Finalmente, durante un ennesimo weekend, abbiamo incontrato il proprietario a bordo. Ci siamo presentati, abbiamo chiacchierato, siamo stati invitati a entrare e a visitare gli interni e, perché no, anche a trattare un eventuale acquisto. Il Maere è una splendida goletta in acciaio di 16 metri ad alberi gemelli, il ponte è flush deck, con pozzetto centrale, all’interno un’ampia dinette tutta mogano e ottoni e quattro cabine doppie servite da due locali wc e da una splendida cucina. Ultimo particolare: facendo ricorso a tutte le nostre risorse, non saremmo neppure arrivati a un quarto della cifra richiesta. Ed è a questo punto, piuttosto morto, che Luciano, forse stanco di tanti sospiri, è riuscito a convincere tre suoi amici che il modo migliore per godere a fondo i pochi piaceri della vita era comperare una barca a vela per passarvi qualche settimana di vacanze e di affidarla a dei sognatori (noi) che la portassero in giro per il mondo. Detto fatto, nel giro di una settimana ci troviamo catapultati in una esistenza nuova, elettrizzante e convulsa, fatta di armadi da svuotare a casa e da riempire in barca, in tempi sempre più stretti, visto l'impegno preso con i nostri amici e soci di trovarci a Ibiza per il 15 agosto.

Terminiamo l’otto agosto. Finora le nostre crociere si erano sempre contenute nelle 70 miglia che ci separano dalle isole di levante, Port Cros e Porquerolles, e sempre su sloop di circa 10 metri. Vuol dire che l'esperienza ce la faremo navigando! Il 9 agosto, con un tempo splendido che accresce, se possibile, il nostro entusiasmo, salpiamo l'ancora, lasciando sulla panchina gli amici terraioli. Questi manifestano chiaramente di dividere nei nostri confronti, in parti uguali, l'invidia insieme alla certezza della nostra pazzia. Tutto procede bene per le prime quattro ore, rotta sulle isole di Hyères, quando, all'improvviso, si scatena il mistral. Perfetto: proprio quello che ci voleva, vento forte sul naso, i giorni contati e il mare corto e secco che batte come un maglio sulla prua. Qualche ora di bordi e poi il dolce riparo della baia di La Napule. Il giorno seguente si dà fondo in una baia riparata di Port Gros.Maere Ripartiamo dopo un giorno: è l'alba, sul mare calma piatta; 150 miglia ci separano dalla costa spagnola di capo San Sebastian e deve sorbirseli tutti il nostro buon G. M., che fa lasciare al Maere una lunga scia sul golfo del Leone addormentato. Arriviamo a Ibiza esattamente il giorno prefissato. Per quasi due mesi scorrazziamo attorno alle Baleari, ci fermiamo in ogni baia appena meritevole (che incanto cala Arsenau sulla costa sud di Maiorca), in ogni porto; alcune giornate ci riempiono il cuore di gioia: passiamo le ore a regolare le vele, a conoscere ogni reazione del Maere e a cucinare in tutte le salse gli squisiti bonitos che regolarmente peschiamo alla traina. Ma l'inverno si avvicina e la nostra bella barca deve fare toeletta. Baleari addio: da Ibiza ad Alicante, una breve sosta a Marbella Porto Banus e, infine, rotta su Gibilterra. Navighiamo al giardinetto (da un po' di tempo il vento ci è più che amico), passiamo lunghe ore a sbrogliare lenze nel tentativo di voler pescare contemporaneamente bonitos e pescecani. Poi, con il tempo sempre più imbronciato, compare la grande rocca di Gibilterra, incappucciata da fosche nuvole. Entriamo nel porto al gran lasco; dopo un’impoppata entusiasmante il comandante del porto ci fa attraccare in seconda andana, a lato di un grande yacht a motore americano di oltre 20 metri. Purtroppo è proprio qui a Gibilterra che il mare e il vento ci danno la prima vera dimostrazione di forza e di mancanza del senso di ospitalità. In una notte da incubo il vento, che prima tira da est forza 4/5, gira, nello spazio di quattro minuti, di 90° e si mette a soffiare da sud, aumentando di intensità.

Il tempo di saltare dal letto, indossare un paio di jeans e di balzar fuori per accorgerci che si sta scatenando il finimondo. La pioggia è una valanga d'acqua che ci piomba addosso orizzontale, dobbiamo reggerci per non volare in mare. Siamo sopraffatti dall'incalzare degli avvenimenti, il vento urla la sua ira sul fianco della nostra barca e il mare, con onde alte e ripide, incredibili per un porto, solleva con ritmo incessante il Maere, sbattendolo, fra sinistri scricchiolii, contro la fiancata dell'altra barca. Lo Zodiac, rotti i legami in coperta, vola come un sinistro aquilone appeso al cavo di ormeggio. Io e Milena cerchiamo con sforzi sovrumani di ammortizzare i colpi, i parabordi scoppiano, Carlo si precipita (ma come si fa a precipitarsi col vento a 72 nodi?) alla ricerca di qualche copertone. Ne trova due da camion e in altrettanti penosi viaggi li trascina fino al molo, li cala a me e io cerco di fissarli in qualche modo tra le due barche. È la forza della disperazione: l'indomani, passata la bufera, non riusciremo a issarli a bordo in tre. Lo spettacolo è desolante, le acque sono coperte di rottami, dodici yachts sono stati danneggiati seriamente e a noi, in particolare, mancano oltre quattro metri di falchetta di prezioso teak, i candelieri hanno assunto tutte le posizioni più strane e l’opera morta di sinistra presenta tre grosse bolle. Altro che toeletta, si va di corsa in clinica! Un giorno per leccare alla meglio le ferite del Maere e poi, alle cinque del mattino, si lascia il porto e ci si inoltra nello stretto. Sull'altra costa l'Africa è a poche miglia; Ceuta, la Gibilterra della Spagna, brilla di luci. Infine l'ex isola di Tarifa, passata al traverso, ci segnala che siamo in oceano Atlantico. Dire oceano ci ha sempre dato un'idea di spazi immensi e abissali profondità, quindi ci sconcerta vedere che il pericolo immediato di questa parte di oceano verdastro e limaccioso viene dai bassi fondali e dagli scogli affioranti. È subito una navigazione attenta, piena di tensione: I bassi fondali insidiosi e le navi affondate non lasciano campo alle distrazioni, incredibilmente i primi si estendono fino a quindici miglia dalla costa! A Cadice, nel porto carico di storiche memorie, facciamo amicizia con le maree: ce le presentano le passerelle basculanti dei pontili che salgono e scendono ogni sei ore. Via anche da Cadice nella prima mattina: il mare è tutto un cimitero di navi affondate, l'ecoscandaglio non dà mai più di 10 - 12 metri a parecchie miglia dalla costa. Luci di ogni tipo, nella notte, non ci permettono di distinguere le boe luminose della rada che ci dovrebbero guidare. Un faro rosso che dovrebbe dare tre lampi si ostina a darne quattro. Rotta e posizione sono esatti, come è possibile? Il mistero sparisce, sostituito dalla pelle d'oca: passando a venti metri da quello che riteniamo essere la nostra boa, vediamo che invece è un sottomarino americano in navigazione! Di fronte a Cadice, nell'omonima baia, c'è il porto militare Nato di Rota e ci rendiamo conto di esserci imbattuti, nel bel mezzo della notte, in una grande manovra navale. Ma proprio dove siamo noi devono giocare alla guerra? Come se non bastassero già i bassi fondali e le rocce che ci perseguitano fino al Guadalquivir. Dondoliamo infine nella corrente del fiume dopo esserci avvicinati quanto più possibile alla parte esterna del molo del porto rifugio di Cipiona. Io mi allontano sul piccolo dinghy scoppiettante mentre gli altri due, in attesa che io ritorni con l'amico Carrillo, ex capitano di mercantili e pratico del fiume, osservano la lunga teoria di navi alla fonda. Sono battelli mercantili, per lo più portacontainer di medio tonnellaggio, con pescaggio fino a 21 piedi, che attendono che il pilota, una volta salito a bordo, calcoli l’ora favorevole per approfittare dell'onda di marea. È un'esperienza nuova quella di risalire il fiume e i bassi fondali della costa atlantica ci invitano a essere prudenti.

Canale

D'altra parte il capitano nostro amico estrae dalla tasca un piccolo libro dalla copertina verde sul Rio Guadalquivir con le tavole orarie di Marea e inizia a calcolare l'ora di partenza, considerando senza alcuna ironia i nostri 2,60 metri di pescaggio. Salpiamo l'ancora circa alle 10.30 del mattino, con alcune ore di vantaggio sulle navi, che sono costrette a iniziare la navigazione dopo l'inizio della marea crescente. Quale che sia il pescaggio di un battello, l'equipaggio deve prestare sempre molta attenzione durante la navigazione e non lasciarsi ingannare dalla imponente massa d'acqua di questo fiume. La caratteristica del Guadalquivir è infatti la sua incredibile irregolarità. La variazione di portata, nel corso di un anno, è di circa 500 volte per arrivare sino a limiti da 10 m³ al secondo a 9000 m³ al secondo! Durante le piene la corrente raggiunge una velocità di sei nodi, mentre normalmente è attorno ai quattro. Bastano poi brevi temporali (las bujarretas, come dicono qui) per rendere difficoltosa la navigazione, fino ad arrivare a bloccarla del tutto per alcuni giorni, dato che riversano nel fiume imponenti quantità di sedimenti e detriti erosi dalle rive, fonte di incagli anche per navi di modesto pescaggio. Per tali motivi l'opera di dragaggio del fondo è continua e imponente. Attualmente, dalla foce al porto di Siviglia la via navigabile ha una lunghezza totale di 54 miglia, un'ampiezza minima di 54 metri e un fondale minimo di 4,20 metri. Questo canale è segnalato da boe e da traguardi numerati e luminosi. Il non osservare scrupolosamente tali riferimenti comporta quasi sicuramente, anche per chi non è alla prima esperienza su questo corso d'acqua, il brusco arresto su fondali spesso inferiori al metro. Sul lato sinistro, entrando, si perde all'orizzonte l'immenso “Coto de Doñana”, uno dei più estesi parchi nazionali d'Europa. Riserva di caccia rigurgitante di lepri, cervi, cinghiali e bracconieri, è l'ultima piattaforma prima del balzo verso l'Africa degli uccelli migratori del nord Europa. Dopo nove miglia si arriva a Bonanza. Qui le navi cambiano il pilota, ma a noi va benissimo continuare con il nostro. Il porto è formato da un molo posto a circa 50 metri dalla banchina, parallelo alla riva. È costantemente affollato da pescherecci che attraccano senza tanti complimenti e senza alcun parabordo, regalandoci veri momenti di panico ogni volta che si avvicinano più del consentito al nostro attracco. La marea in questo porto è poco meno di 2 metri, per cui ormeggiamo con cime abbastanza lunghe da non costringerci a continui tira e molla.MaerePescatori Sulla stessa banchina, alle cui spalle è tutta una teoria di magazzini peschieri, si svolge, in una scenografia di reti multicolori, il mercato all'asta del pesce. In un piccolo bar alle spalle del porto facciamo una sosta più lunga del previsto perché il vino locale è formidabile e i bocconcini di frutti di mare e di pesce sono quel che ci vuole per trasformare uno spuntino in un pranzo regolare. Bonanza è il porto di San Lucar de Barrameda. Di sicuro interesse per i crocieristi vi sono uno scalo di alaggio (ben attrezzato), artigiani che fanno borse e canestri di fieno (in effetti utilizzabili in vari modi in barca) e tutta una teoria di “bodegas” dove, in bottiglia o sciolto, il dolce nettare di Bacco è pronto per la cambusa. L'alta marea impiega circa quattro ore a rimontare il fiume da Bonanza alla chiusa di Siviglia, con una velocità media dell'onda di marea di circa 13 nodi. Per le prime 30 miglia la velocità è libera, poi viene limitata a “soli” 10 nodi. Per noi questo significa unicamente continuare a guardarci alle spalle nel timore di vederci incalzati da qualche veloce portacontaimer. La riva a dritta è bucolica, mentre a sinistra è un alternarsi di grandi boschi e di pascoli dove le “ganaderias” di tori Miura ci fanno già pensare agli olé della plaza de toros di Siviglia. Sentendoci prossimi alla meta, e anche perché vorremmo arrivare prima del tramonto, lasciamo che il nostro sei cilindri, girando a pieno regime, si guadagni qualche complimento che di solito riserviamo solo alle vele. Nel sinuoso letto del fiume seguiamo la rotta indicata dai traguardi sfiorando, ora a pochi metri, la riva destra, ora rasentando la sinistra o restando talvolta quasi sperduti nel centro. Nelle prime ore del pomeriggio iniziano gli incontri: sono i mercantili che scendono al mare, incalzati dall'intervallo di tempo dell'alta marea che risale. Il primo incontro, come il primo amore, non si scorda mai: noi traguardiamo i miragli e tiriamo dritti per la nostra rotta, il piroscafo fa lo stesso con il risultato che stiamo puntando l'uno contro l'altro, ciascuno con i suoi bravi 10 nodi, come nella migliore tradizione dei film di guerra. Ci incrociamo a pochi metri di distanza, una mano per tenerci nel beccheggio forza otto regalatoci dalla loro onda di prua, l'altra per salutare la poppa rossa della Mariona del Mar. il paesaggio è grandioso: foreste e praterie sono interrotte, di quando in quando, dai bracci non navigabili del grande fiume, che letteralmente ribollono di pesci. Gabbiani e cormorani dondolano nella corrente. Uniche case, le poche stazioni costiere con le quali ci si può collegare in VHF. Solo più tardi le bianche casette dei due villaggi di La Puebla e Coria ci preannunciano la prossima meta. Per radio ci colleghiamo con la chiusa, vera e propria porta a vasi comunicanti, per l'entrata nel porto di Siviglia. È lunga 200 metri, larga 25 e con 8 metri di profondità minima. Quando le doppie porte si aprono lasciamo che due rimorchiatori si trascinino via la petroliera che la occupava interamente. Sgattaioliamo nella chiusa e siamo costretti a farci piccini dell'angolo estremo, perché uno sbuffante rimorchiatore si trascina dietro una portacontainer che ci appare immensa, e, come ultimo regalo una barcaccia di pescatori si incastra letteralmente fra noi e il rimorchiatore.MaereAbituati a ormeggiare per bene e con calma, siamo stupiti nel vedere che le porte di ingresso ci vengono sbattute, si fa per dire, dietro le spalle, mentre già si schiudono quelle davanti a noi. È un precipitarsi a disfare grovigli di gasse d'amante e via a tutta forza a porte non ancora completamente aperte, incalzati dal rimorchiatore e dal suo pesante seguito. Ma che fretta! E la “siesta”? La chiusa ci proietta nel porto di Siviglia, una lunga processione di immense gru. Già si stagliano in lontananza la Torre de Oro e la statua della Giralda sulla cima della cattedrale. È tutto una fantasmagoria di colori che ci preannuncia una città da sogno. Un grande ponte di ferro di quasi 200 metri di luce sul quale corre una incessante fila di auto e camion è l'ultima barriera prima del sospirato attracco. Strombazziamo col nostro clacson ben meno stentoreo della sirena delle navi, mentre la marea ci sospinge verso l'arcata assai inferiore ai quasi 20 metri sull'acqua dei nostri alberi.Maere Non c'è problema, qui il canale è vasto e si può girare tranquillamente in attesa che l'arcata centrale si apra. Resta solo un'ultima prova, diciamo così di abilità. Pare infatti che lo sport preferito dagli operatori del ponte sia quello di aprire l'arcata, meno dell'altezza degli alberi, in modo da costringere le barche a vela a centrare esattamente la luce del ponte con una paura nera di veder venire giù tutto e i nervi tesi nello sforzo di mantenere un'espressione sorridente dato che subito al di là c'è il Club Nautico di Siviglia e dai suoi terrazzi molte paia di occhi critici seguono sempre le manovre di attracco. Tutto si svolge per benino e Pepe, il marinaio di guardia, afferra al volo la nostra cima. Finalmente a Siviglia! Il Club Nautico è molto bello e non eccessivamente caro (per noi circa 400 pesetas al giorno). Ricorda molto di più un country club che non un marina, con tutti i suoi prati ombreggiati da querce e alberi del pepe, le sue piscine, i suoi campi da tennis, da calcio e da bocce. È dotato inoltre di palestre di judo, campo coperto di basket e chi più ne ha più ne metta. All'attracco c'è corrente elettrica e acqua, inoltre il molo termina con una darsena (fondale massimo 2 metri) e un piccolo cantiere. Il ristorante e il suo elegante bar sono completamento perfetto di questo splendido Club frequentato da entusiasti e amichevoli patiti della vela. Ma la sera quasi sempre disertiamo le sale. Siviglia è così bella e invitante che non si può resistere alle sue serate fatte di “tapas”, musica e danze. Quello che più ci ha colpito è che tutto questo folklore non è fatto per il turismo, ma è “ossigeno” indispensabile a questi andalusi, che letteralmente vivono per le loro “sevillanas”.Maere Città industriale e turistica al contempo, Siviglia non cessa di stupire per le continue differenti prospettive dei suoi quartieri. Sulla riva sinistra del Guadalquivir si stende il popolare quartiere di Triana, nel centro il “Barrio di Santa Cruz”, carico di ricordi moreschi, le caratteristiche “sierpes”, tutto un succedersi di “bodegas” e negozi dalle vetrine multicolori. Su tutto domina l'alto campanile della cattedrale con la”Giralda” simbolo e punto di riferimento della città. È contornato da piazze e strade rallegrate da alberi di aranci. Ci godiamo il tardo autunno andaluso facendo bello il Maere, ripariamo falchetta e fiancata e diamo a tutta l’opera morta un nuovo manto nero. Il periodo migliore per il viaggio è fra settembre e novembre e fra marzo e maggio. Sino a fine novembre, infatti, ci si abbronza e si può tentare qualche bagno in piscina, le serate sono fresche e dato che il costume laggiù indica le 15 come ora di pranzo e le 23 ora di cena, la notte da spendere è alquanto lunga. Nel periodo pasquale Siviglia accoglie turisti da tutto il mondo e allora anche il Club Nautico si trova al gran completo. È la settimana Santa, con le sue 52 fantastiche processioni, seguita da presso dalla Feria di aprile, antico mercato di cavalli trasformato ora in stupende parate di cavalleggeri e amazzoni andaluse, fra una folla in costume che danza e canta “Sevillanas”, mentre tutta la città spende, per una settimana, giorni e notti di allegria.

Sergio Guaita

Testo tratto dalla rivista Mare 2000